:: Liberi di Scrivere Award sedicesima edizione – Le votazioni

2 gennaio 2026 by

Sono aperte le votazioni per il miglior libro edito nel 2025, potete esprimere il vostro voto nei commenti. E’ valido un solo voto per lettore.

Potete votare nei commenti del blog qualsiasi libro italiano e straniero uscito nel 2025, poi lo inserisco nella lista.

C’è tempo di votare fino alla mezzanotte di venerdì 16 gennaio. Sabato 17 gennaio sarà proclamato il vincitore, e il secondo e terzo classificato. Menzione d’onore per il traduttore il cui libro in traduzione otterrà più voti.

Buon voto a tutti!

NB: i commenti sono in moderazione.

Candidati:

“Estella“ di Valerio Varesi, Neri Pozza.

“North River” di Pete Hamill, tradotto da Nicola Manuppelli, edito da Mattioli 1885.

”Tra lei e me”, di Giampaolo Simi, Sellerio (2025).

“Chimeriade” di Francesco Verso, Future Fiction editore.

Fuga in Siberia: Lo zar e lo sciamano di Daniele Cellamare Les Flâneurs Edizioni.

:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026 by

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività, l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.

:: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2025 by

Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

Source: libro inviato dalleditore.

:: Mare e terra di Daniela Barone

29 dicembre 2025 by

Oggi è una mattina grigia ma non credo che pioverà. Mi incammino verso la spiaggia in cerca di una roccia dove sedermi a leggere il mio libro: sono poesie di Alda Merini, donna straordinaria che la grave malattia nervosa non ha annientato. Mi viene istintivamente da pensare alla mia mamma che, come la poetessa, aveva una madre severa, distante e punitiva. Le accomuna anni di buio, di tormenti incompresi dagli altri, di cure psichiatriche inefficaci ma anche di  un’esistenza di amore corrisposto per la famiglia. Leggo i versi struggenti di ‘Mare e terra’ che mi commuovono perché mi ricordano un lontano giorno di aprile, quando Francesco aveva poche settimane: mi ammalai di una forma severa di depressione postpartum, esplosa come una burrasca  ma poi risolta.

   La Merini, proprio come me, ha sempre amato il mare. Lei scrive: ‘Sono così io. Certe volte spiaggia perduta e solitaria. Altre volte mare in tempesta e strillante. Certe volte isola deserta e silenziosa. Altre volte oceano che abbraccia il mondo.’ Alda, mi sei cara. Ti sento vicina, tu forte e vulnerabile come me, vigorosa e debole come la mia mamma, a volte in cima a onde perigliose, altre serena sulla sabbia bagnata. Ti sento figlia e madre da amare, non so perché. Ripongo il libro nella borsa e passeggio sulla battigia a debita distanza dalle onde. Il cielo è sempre più grigio; non c’è da stupirsi se la spiaggia è deserta. Poco più distante scorgo un uomo che cammina lentamente con un cagnolino al guinzaglio.  Chissà se anche lui è ispirato dal mare: sembra un po’ curvo pur non essendo vecchio. Proprio quando penso che forse è il caso di rientrare, intravedo in lontananza una bimbetta che gioca con il secchiellino e la paletta. Avrà cinque o sei anni. Ha i capelli corti e biondi, indossa un costumino intero di cotone con ruches bianche, come si usava negli anni Sessanta e si mordicchia le labbra mentre compone formine con la sabbia umida.

   Da chissà dove provengono le note di una canzone di quel tempo. Non ci sono bar nei dintorni, né stabilimenti balneari. Riconosco il vecchio pezzo di Celentano, ‘Nata per me’. Sono attonita. La bambina si accorge della mia presenza e mi grida un ‘ciao’ festoso. Io mi siedo poco distante da lei e la osservo giocare. Le chiedo poi dove sia la sua mamma: lei mi indica una giovane donna grassoccia che indossa un buffo cappello di paglia. Ha i capelli ramati con la permanente e sorveglia la figlioletta con gli occhi socchiusi. Ha un’aria pensierosa, direi mesta, e non capisco perché. Chiedo alla bambina il suo nome e lei mi risponde gioiosa, dopo un attimo di esitazione «Susanna!»

   La mamma si riscuote dal suo torpore per precisare che la figlia si chiama invece Daniela. Ha la mania di cambiarsi il nome, commenta.  La bimba non si scompone e fa una smorfia furbetta senza interrompere il suo gioco. E’ davvero una gran  chiacchierona. Senza bisogno di sproni mi racconta tante cose di lei: è figlia unica e detesta stare a casa: preferisce andare a trovare le  vicine che l’intrattengono in varie attività, come macinare il caffè, grattugiare il formaggio e spolverare i mobili. Colgo un guizzo sbarazzino nei suoi occhioni celesti e mi sorprendo a pensare che mi assomiglia molto.  Ha due bambole, Carolina e Silvia. Sono brave ma qualche volta la fanno arrabbiare, così lei fa loro delle iniezioni per punirle. Precisa che hanno il culetto bucato ma lei non può fare a meno di punzecchiarle quando sono cattive. Lei non è mai cattiva, aggiunge. A volte però, quando la mamma è a letto con il mal di testa, si domanda se magari lo sia e stringe a sé le bambole bistrattate. Ci sono dei giorni in cui ama fare i dispetti a chi le capita sotto tiro. Spesso fa impaurire la bisnonna Giuditta fingendo di inghiottire le pastiglie della mamma. Sono delle innocue palline di carta che ingurgita davanti a lei che ogni volta cade nell’inganno.  Ama accudire i bambini più piccini e vuole bene proprio a tutti. Ha un’adorazione per il papà che si occupa di lei più degli altri padri, quando la mamma non sta bene. Vorrebbe sposarlo da grande ma tutti le dicono che non è possibile. Troverà un marito buono come lui? O si farà imbrogliare da uomini sbagliati o addirittura malvagi?

   C’è tanto tempo per la piccola Daniela; l’amore è una cosa da grandi anche se lei mi confida che è innamorata di Renato, il figlio dodicenne della vicina di casa. Aiuta la mamma a fare la spesa, anzi va spesso lei al suo posto a comperare piccole cose; mostra la lista al fruttivendolo e al salumiere e pone gli acquisti nella borsina a rete. E’ orgogliosa di essere una bambina tanto disponibile ma vorrebbe più tempo da dedicare ai suoi giochi. Quali sono i suoi preferiti? Beh, vendere alle amichette le erbe selvatiche in campagna o il sugo ottenuto con pezzi di mattone pestati, guardare le mucche di Lillo al pascolo e osservare le formiche attirate dalle loro grandi cacche.  E’ adorabile quando ride. Non sa cosa farà da grande, forse la maestra. A volte scarabocchia su fogli fingendo di correggere dei compiti o impartisce lezioni a imitazione del maestro Manzi che segue in TV. Protesta quando la mamma la invita a rivestirsi ma la prospettiva di prendere il tram la convince a lasciare la spiaggia. Le guardo allontanarsi insieme mano nella mano, lei saltellante accanto alla mamma che sembra sfinita. Il mare stanca, si sa.

:: Il tempo del girasole di Claudio Aorta (Balzano editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2025 by

E se il tempo fosse circolare e non lineare? Ipotesi affascinante che apre la strada ai viaggi nel tempo, tema da sempre caro alla fantascienza da Un americano alla corte di Re Artù (1889) di Mark Twain e La macchina del tempo (1895) di H.G. Wells in poi. Claudio Aorta nel suo primo romanzo dal titolo Il tempo del girasole, edito da Balzano Editore, tratta questo tema aggiungendo riflessioni spirituali, esistenzialiste e storiche che danno al testo una certa profondità pur restando un romanzo di narrativa. Protagonista è una donna, Elena Giachetti, una giovane e brillante scienziata farmaceutica partenopea, la cui vita cambia radicalmente quando si reca a Posillipo per dipingere en plein air e per una distorsione spazio-temporale si trova catapultata nella Napoli del 1799, un periodo storico drammatico e non tanto conosciuto segnato dalla Rivoluzione Partenopea, che vide contrapposti giacobini e monarchici in un anelito di libertà sul modello della Rivoluzione francese. Il romanzo così alterna due piani temporali, la Napoli contemporanea e quella del tardo Settecento, espediente narrativo che serve all’autore per esplorare come il passato influenzi il presente in un continuum spazio temporale. Uno degli aspetti più originali del romanzo è come l’autore pone di fronte scienza, ragione e fede creando una vera tensione morale all’interno dello spazio interiore della protagonista. C’è spazio anche per l’amore tra Elena e Carlo Ballardini, il Direttore dell’Orfanotrofio “Angeli della Carità”, vissuto come uno stadio di crescita e arricchimento personale. Napoli poi diventa protagonista a pieno titolo, coi suoi vicoli, le sue piazze, la sua gente e i personaggi storici che via via Elena incontra. Il tempo del girasole è dunque un’opera sfaccettata, ricca ed evocativa che va oltre al semplice racconto storico ponendosi interrogativi sul tempo, sull’identità e su quanto il mondo interiore influenzi quello esteriore. Presto è annunciato un seguito del romanzo.

Claudio Aorta è nato a Napoli nel 1972 e vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, lavora presso IP – Italiana Petroli.
La scrittura lo accompagna sin dai tempi del liceo e, nel corso degli anni, lo ha portato a sperimentare diverse forme espressive: poesie, canzoni, racconti e libri. Ha inoltre realizzato una sceneggiatura e un libro per bambini ancora inedito, oltre a collaborare con giornali online e riviste religiose, firmando articoli di attualità e riflessione interiore.
Nei suoi scritti esplora temi come la storia, la fede e il tempo, traendo ispirazione dalla vita quotidiana, dalle conversazioni con i figli e dal costante dialogo con la spiritualità.

Source: PDF inviato dall’autore, che ringraziamo anche per il caffè offerto su Ko-fi.

:: Buone Feste!

24 dicembre 2025 by

Gentili lettori,

buona Vigilia, domani è Natale, la festa più bella di tutto l’anno, e vi faccio i migliori auguri per passarlo serenamente in famiglia, al mare, sui monti o in solitudine se non amate la confusione, scartando regali, mangiando cose buone, perchè poi alla fine conta il tempo passato con chi si ama. Il 2025 sta finendo e ci aspetta un nuovo anno ricco di incognite e opportunità. Ringrazio i lettori di leggerci, di sostenerci anche con piccole donazioni. Lo apprezziamo molto è un piccolo gesto ma ricco di significato. E ci aiuta concretamente. Non ho molti consigli da dare, ma apprezziamo il poco che abbiamo e il tempo di qualità che passiamo coi i nostri cari, anche riposandoci un po’. La magia del Natale è tutta qui, festeggiamo una nascita, la vita, la speranza in un futuro migliore. Buon Natale a tutti!

:: Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale di AA. VV. (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025 by

Elliot Edizioni con il libro Sotto l’agrifoglio e altri racconti di Natale affida i racconti tradizionali natalizi alle grandi voci classiche della letteratura anglofona, ma lo fa in modo originale e stimolante, evitando la scorciatoia del sentimentalismo facile. Una copertina splendida e sei racconti – tradotti in italiano da Arianna Moranduzzo – che esplorano le festività come momento di passaggio, di rivelazione, talvolta di disincanto: il risultato è un’antologia elegante, costruita su equilibri sottili, capace di restituire al Natale una profondità spesso dimenticata.

I racconti selezionati non cercano un’unità tematica rassicurante, ma funzionano per contrasti: luce e ombra, ironia e inquietudine, introspezione e immaginazione. Il Natale diventa così un espediente narrativo, uno spazio simbolico in cui i personaggi sono costretti a fare i conti con se stessi.

Ad aprire la raccolta è Anthony Trollope con Il ramo di vischio, che mette in scena un microcosmo rigidamente vittoriano, dominato da convenzioni sociali e tensioni sentimentali trattenute. La rivalità tra sorelle e la presenza di un pretendente ricco e desiderabile offrono all’autore l’occasione per una sottile analisi dei rapporti di potere affettivi. L’eleganza della scrittura è indiscutibile, ma il distacco emotivo della protagonista lascia il lettore volutamente sospeso, in una dimensione più ironica che consolatoria.

Con Alla locanda dell’agrifoglio di Charles Dickens il registro cambia nettamente. Il suo racconto, meno noto rispetto ai classici natalizi, è ambientato in una locanda isolata durante una violenta tormenta di neve. Qui il Natale non è rifugio, ma amplificatore di tensioni: l’atmosfera si fa cupa, quasi gotica, e i personaggi rivelano lati ambigui. Dickens dimostra ancora una volta come il contesto festivo possa diventare una lente per osservare le fragilità e le contraddizioni umane.

Il soprannaturale torna con forza nel racconto di Edith Wharton, dal titolo Dopo, ambientato in un maniero inglese infestato. I fantasmi, però, sembrano abitare soprattutto le coscienze dei protagonisti. Wharton utilizza l’elemento spettrale con finezza psicologica, trasformando la casa in uno spazio morale più che fisico. È uno dei testi più severi della raccolta, privo di qualsiasi indulgenza sentimentale.

A stemperare i toni interviene Lucy Maud Montgomery con Un’illuminazione natalizia, che racconta un Natale trascorso da un gruppo di adolescenti in un pensionato. Qui la festa diventa occasione di crescita, solidarietà e scoperta, con una narrazione luminosa che non scivola mai nella banalità.

Louisa May Alcott in Il sogno di Natale di Becky affronta la solitudine natalizia e il potere salvifico della fantasia con delicatezza quasi fiabesca; Margaret Oliphant con Racconto di Natale conduce i lettori in una dimensione inquieta e onirica, tra viaggi mancati, carrozze fuori dal tempo e famiglie enigmatiche, dove il Natale coincide con lo smarrimento.

Una lettura natalizia vicina ai canoni classici, ma mai prevedibile. Non tutti i racconti hanno la stessa intensità, e l’eterogeneità degli stili richiede un lettore disposto ad adattarsi, ma è proprio questa pluralità a rendere l’antologia efficace: un libro da leggere e godersi con calma, sotto l’albero o lontano dalle feste, ricordando che il miglior Natale letterario non si limita a consolare, ma invita a riflettere.

Racconti di: Anthony Trollope, Lucy Maud Montgomery, Charles Dickens, Louisa May Alcott, Edith Wharton, Margaret Oliphant.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giulia Olga Fasoli, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa (Newton Compton Editori 2025) a cura di Valentina Demelas

23 dicembre 2025 by

Ci sono libri che promettono saggezza, altri che promettono soluzioni. Il libro delle risposte minchione di Daniele Villa, pubblicato da Newton Compton Editori, promette qualcosa di più onesto e, per certi versi, più raro: il diritto di non prendersi sul serio. L’autore – brillante comico e influencer da migliaia di follower – firma un oggetto editoriale dichiaratamente ludico, che gioca con l’estetica e la struttura dei classici “libri-oracolo” per smontarne, con ironia, ogni pretesa di verità.

Il meccanismo è semplice e volutamente rituale: si pensa a una domanda, si respira, si chiudono gli occhi, si sfoglia (o si scrolla, se il testo è in versione ebook). Ma invece dell’illuminazione mistica, arriva la “saggezza minchiona”, una raccolta di circa duecento risposte assurde, provocatorie, nonsense, pensate non per risolvere problemi, ma per ridimensionarli. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è chiaro: a volte l’unica risposta sensata è una risata.

Dal punto di vista editoriale, Newton Compton intercetta con precisione un filone che negli ultimi anni ha trovato grande spazio: libri-gioco, manuali ironici, oggetti da regalo capaci di funzionare sia come letture individuali sia come catalizzatori sociali. Questo volume nasce esplicitamente per essere condiviso: portato alle feste, alle cene tra amici, alle serate in cui la conversazione langue e serve un pretesto per rompere il ghiaccio.

Villa dimostra di conoscere bene il linguaggio dell’umorismo contemporaneo, fatto di tempi rapidi, battute secche, risposte che funzionano per accumulo e sorpresa. Le frasi sono brevi, spesso lapidarie, pensate per colpire subito. Il divertimento nasce dal contrasto tra la solennità del rito iniziale e la totale inadeguatezza delle risposte a qualsiasi domanda esistenziale. È qui che il libro trova la sua forza: nello scarto tra aspettativa e risultato.

C’è però anche un limite strutturale, inevitabile per un’operazione di questo tipo. L’effetto sorpresa, dopo un certo numero di pagine, tende ad attenuarsi. Non tutte le risposte hanno lo stesso impatto e la lettura continuativa rischia di appiattire il ritmo comico. Il libro delle risposte minchione funziona molto meglio come esperienza intermittente, piuttosto che come testo da leggere dall’inizio alla fine.

Detto questo, l’obiettivo del libro non è mai quello di costruire un discorso coerente o un percorso narrativo. Il suo valore sta nell’uso che se ne fa: come antistress improvvisato, come gioco collettivo, come parodia gentile della nostra ossessione per le risposte giuste, definitive, illuminanti. In un’epoca in cui ogni scelta sembra dover essere ottimizzata e spiegata, rivendicare il nonsense diventa quasi un gesto liberatorio.

Il libro delle risposte minchione non insegna nulla, e proprio per questo funziona. Non offre soluzioni, ma concede tregua. Non promette crescita personale, ma una risata condivisa. E forse, oggi, è già una forma di saggezza, anche se minchiona, come da dichiarazione d’intenti.

Daniele Villa Genio78, all’anagrafe Daniele Villa, è nato a Piacenza nel 1978. Da anni le sue battute attraggono decine di migliaia di follower sul web. Ha lavorato nell’azienda edile di famiglia per quindici anni, fino a quando non è diventato autore. Con la Newton Compton ha pubblicato il Calendario minchioneGiochi da fare quando sei ubriaco, Il libro delle risposte minchione101 posti in cui fare sesso almeno una volta nella vita, Il libro delle scuse minchione 300 frasi che vorresti (ma non puoi) dire al lavoro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Beatrice Maione responsabile dell’ufficio stampadi Newton Compton Editori.

:: Ragazzo di Sacha Naspini (e/o, 2025) a cura di Patrizia Debicke

18 dicembre 2025 by

In Ragazzo, Sacha Naspini affonda la sua penna nell’età più fragile e incendiaria dei giovanissimi, e ci racconta di un’adolescenza spinta ai margini, osservata dalla provincia come da una muta e indifferente platea. Descrive Follonica e il quartiere operaio di Senzuno non come semplici sfondi, ma come  corpi vivi, fatti di scabri caseggiati e strade senza promesse immerse in silenzi talvolta  più pesanti delle parole. La provincia immobile, asetticamente avulsa, si trasforma  in  una gabbia emotiva dalla quale i protagonisti tentano invano di evadere senza poter fruire di indicazioni.
Giacomo e Matteo incarnano due opposte modalità di stare al mondo, unite da un vecchio legame ormai logoro. Il primo vive la crescita come un’urgenza fisica, una brutale necessità: diventare forte, scrollarsi di dosso l’etichetta dello sfigato, spezzare l’immobilità che gli pesa  addosso come una colpa ereditaria. Matteo, invece, è fatto di sbandamento e di  paura, di gesti e parole mai  trattenuti, di una sensibilità che diventerà  solo un bersaglio in un contesto inapace di accoglierla. Il loro rapporto, esclusivo e totalizzante, si svilupperà  su un ambiguo filo tracciato tra amicizia, dipendenza e bisogno d’amore, fino ad arrivare a incrinarsi sotto la spinta  del cambiamento.
Naspini osserva i suoi personaggi con uno sguardo freddo, asettico, privo di indulgenza, offrendoci autentiche voci adolescenziali, ruvide e  talvolta disturbanti.
L’ingresso dei ragazzi al liceo scientifico segnerà tra loro una frattura irreversibile: il confronto con i compagni più forti, più ricchi, più visibili accentuerà il senso di esclusione, mentre il bullismo diventa una pratica quotidiana, quasi un rituale.
A casa, le famiglie appaiono assenti, inadeguate, incapaci di fornire strumenti o protezione, lasciando i ragazzi soli a confrontarsi con  prove forse sproporzionate rispetto alla loro età.
Dentro questo  immenso vuoto educativo e affettivo si inseriscono le grandi questioni dell’oggi adolescenziale: l’identità sociale, il corpo considerato come un  campo di battaglia, il desiderio di essere visti, l’amore vissuto come scossa violenta e destabilizzante.
Corinna Gentileschi rappresenta una possibilità di riscatto, un miraggio capace di spingere Giacomo oltre ogni limite, mentre per Matteo diventa la vera minaccia di poter perdere l’unico legame  per lui sicuro. Tutto si muove in bilico tra sogni a occhi aperti e una realtà che sta per presentare il conto senza fare sconti.
La pistola, contemporaneamente oggetto simbolico e concreto, introdurrà nella trama una deriva noir dolorosamente attuale. Non rappresenta solo un’arma, ma un concentrato di potere, paura e desiderio di controllo, un modo distorto per affermare la propria esistenza in un mondo percepito come ostile. E il gesto esasperato,  estremo, scaturito da quella quotidianità fatta di umiliazioni, rabbia repressa e assenza di alternative, ricorda quanto la recente cronaca  renda questo racconto tragicamente plausibile.
Ragazzo è un romanzo breve emotivamente impegnato, costruito su capitoli alternati che, dando spazio e voce a entrambi i protagonisti, creano un montaggio visivo serrato, quasi cinematografico.
Il linguaggio narrativo è secco, ben coordinato, tagliente, e accompagna una scrittura priva di filtri, in grado di colpire sempre senza scrupoli.
Naspini racconta l’adolescenza come un ponte in malfermo equilibrio  tra ciò che si è stati e ciò che si teme di diventare, un momento morale popolato da sentimenti incondizionati e da scelte irreversibili. Dalla sua analisi emerge un libro duro, capace di ricostruire  tutta la difficoltà  di crescere in certa  provincia al giorno d’oggi, dove e quando la mancanza di prospettive rischia di amplificare ogni desiderio ma anche ogni errore.
Giacomo e Matteo sono personaggi indelebili  indimenticabili come due facce della stessa ferita, a immagine di un’età selvaggia e pericolosa, vissuta  senza protezioni, solo tenendo il piede premuto sull’acceleratore e lo sguardo fisso su un futuro che preoccupa e spaventa più di una promessa di libertà.
In conclusione, un romanzo corposo nonostante la sua brevità, pieno di spunti, a tratti violento e  in cui domina con crudele insolenza l’amicizia tra ragazzi, tra maschi.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista del Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022), Villa del seminario (2023), Errore 404 (2024), Bocca di strega (2024), L’ingrato. Novella di Maremma (2025). È tradotto o in corso di traduzione in quasi 50 Paesi: Stati Uniti, Canada, UK, Australia, Francia, Cina, Corea del Sud, Grecia, Croazia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Egitto (con distribuzione in tutti gli Stati arabi), Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Catalogna, Spagna (con distribuzione in Argentina, Messico, Cile, Perù, Colombia, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Uruguay). Scrive per il cinema.

:: Indagine su Cézanne, Charles-Ferdinand Ramuz (Oligo editore 2025) A cura di Viviana Filippini

15 dicembre 2025 by

Charles-Ferdinand Ramuz poeta e scrittore svizzero, è stato tra i più significativi intellettuali svizzeri della prima metà del Novecento. Qui lo conosciamo attraverso le sue parole nel libro “Indagine su Cézanne” edito, da Oligo editore. Il testo, a cura di Marino Magliani e tradotto da Sandro Ricaldone e Marino Magliani, comprende due brevi saggi editi per la prima volta in Italia: “L’esempio di Cezanne”, risalente al 1914 e comparso sulla rivista “Cahiers vaudois” da Ramuz fondata,  e l’altro “Cézanne il precursore”, frutto di una conferenza del 1915/16, ma uscito postumo nel 1948. Al centro degli scritti l’interesse da parte dell’autore  per l’arte e per la figura del pittore francese Paul Cézanne. Ricordiamo che Ramuz ebbe modo di conoscere la società e la cultura francesi, perché visse a Parigi tra il 1902 e il 1914. Il libro è composto da due saggi, ma leggendoli si ha come la netta sensazione di essere al fianco dello scrittore nato in Svizzera e di muoversi con lui sulle tracce del pittore francese. Quello che emerge è una profonda attenzione e cura rivolta al paesaggio il quale non solo viene presentato come luoghi dove muoversi, ma viene preposto in ogni suo elemento che va dalle forme, ai colori, alle geometrie che si nascondono sotto la superficie, per arrivare anche ad immaginare i profumi e gli odori. I due testi sono un vero e proprio pellegrinaggio sulle orme del pittore Post-impressionista nato ad Aix-en-Provence. Certo è che Ramuz porta chi legge dentro al mondo di Cézanne, a quel suo lavorare solitario che gli ha permesso di cogliere con il colore e la sua pittura l’essenza e le forme pure che stanno alla base di ogni cosa della quotidianità. Un percezione frutto di una ricerca artistica personale che comunque, se si riflette bene, ha rivoluzionato in modo completo la percezione  umana e dell’arte del Novecento. Il testo comprende anche delle tavole con opere a pastello, acquerello e disegni di Cézanne.

Charles-Ferdinand Ramuz (Losana 1878 – Pully 1947) è stato uno scrittore svizzero di lingua francese. Figlio di un modesto commerciante, si laureò in lettere classiche a Losanna e nel 1902 si trasferì a Parigi, dove rimase fino al 1914. Esordì con i versi d’ispirazione simbolista del “Piccolo villaggio” (Petit village, 1903) e con il romanzo realista “Aline” (1904). Rientrato in Svizzera all’inizio della guerra, insieme con altri fondò i «Cahiers Vaudois». Amico di Stravinskij compose il libretto “Storia del soldato” (Histoire du soldat, 1918). (Biografia fonte web).

Source: inviato da ufficio stampa 1A comunicazione.

:: Barbara, il lapillo di Dio di Daniela Distefano

14 dicembre 2025 by

Hai le braccia così sottili, mio Amato. Una riga di sangue si raggruma in un lago di detriti di pelle e terra. Ti tengo stretto il tronco, non arrivo su in cima, fino al capo che sembra un cesto di vimini da cui fuoriescono dense lave di plasma.  Le orecchie non odono più le dolci nenie materne, non parla più la tua bocca impastata d’oro candìto e profumata di nardo. I tuo occhi, che hanno trasmesso al Creato la dolcezza di Dio, sono serrati, gonfi, come conchiglie che nascondono una bellezza per me, per noi, ancora inaccessibile. I tuoi piedi, uno sull’altro, fissati con un chiodo che li trapassa e li contorce. Le tue guance, che non sono più, mio Amato. Le tue chiome, sbrindellate.. Perché mi sorridi allora? Perché? Come fai a vedermi, così ridotto? Piango di dolore dolce, di gioia di fuoco, di gratitudine.  Sono mesi che vivo in questo palazzo solitario, le giornate erano terribili all’inizio. Tremavo tutta, non passava mai il tempo, volevo compagnia, la mia mamma, i miei fratelli in Cristo, le mie sorelle in Cristo, la cara balia che mia ha nutrita da piccola.. Mio padre. Già, papà… Quanto scoraggiamento ho visto nelle sue pupille mano a mano che crescevo…Quanta esaltazione intorno alla bellezza di sua figlia, quanti guai potevo dargli….Meglio isolarmi dal mondo, meglio farmi perdere il contatto con gli essere fatui, scoraggiare i miei cari precettori cristiani…. Eccomi qui. Quanto lo ringrazio il mio babbo oggi che sono felice della sua scelta scellerata. Ci sei Tu con me, mio Amato. C’è la Tua Mamma. Ci sono tutti i vostri Amici, gli Angeli, Gli Arcangeli, e ogni giorno ringrazio Dio Padre di questo dono.                               

Al mattino mi sveglio prima della campana della chiesa, è lontana dalla Torre ma si ode distinta nei suoi rintocchi. Quanta pace assieme al cip di un uccellino che attende l’apertura della mia finestruola. Passeranno ore prima che venga qualcuno a portarmi il desco, qualche indumento, e i molti libri di scoraggiamento che attendo senza  trepidazione. Le ore della giornata sono scandite dalla preghiera incessante, continua, laboriosa. Da anni. Non ho mai pianto per me, questo carcere di lusso mi è stato foriero di grandi delizie. O Gesù Amato, mi hai rincorso, come rincorrevi sant’Agostino, e mi hai catturata come una farfalla. E adesso sono Tua, Tua e della Mamma del Cielo, Maria Santissima.

Amato mio Gesù, io perdono tutte le mattine e tutte le sere, perdono questo padre che mi ha tolto l’euforia della giovinezza per poi pentirsene. Non la rimpiango, la gaiezza spensierata non è  vera felicità. La vera felicità Signore siete Voi, Voi nella solitudine, Voi nel focolare, Voi in Cielo, Voi in Terra.                                         

Ed è un vero peccato per me non essere umile ancora come Te e la Mamma. Sono maldestra anche nelle mortificazioni, vado imparando da quello che mi arriva in briciole del Tuo immenso Amore. Non sono pronta per il Pane intero della Vita. Non credo al destino, perché il destino lo fai Tu. Allora dimmi, mio Re, unica sorgente di letizia sconfinata, come potrò oppormi ad un matrimonio che non voglio?                                                                                             

Perché questo corteo di scribi, filosofi, dotti di ogni risma invitati a distogliermi dalla mia Fede, Dono di Dio? Avverto concitazione, voci, sussurri, e poi urla. E’ pazza!!! Io sono il suo padrone e farà quello che le dico! O mio Amato Gesù, è appena iniziato il mio calvario. Ero già fuggita in un bosco per sottrarmi alla sua volontà, fu allora che feci la mia consacrazione.

Non farà che avvicinarmi ancora di più a Te, adesso sono davvero in catene. Condotta come <<pecora al macello>>.

Gli angeli mi districano i boccoli, pronti per fare spazio alla lama, quando avverrà il mio giorno. Adesso supplizi, minacce, torture, adesso la Mamma del Cielo spalanca la Porta del Paradiso al mio futuro.

Conto le ore, nessuno mi tiene più legata a questo mondo, i compagni di preghiera piangono lacrime di dolore, sanno che non mi rivedranno più. Mi rende triste la sofferenza del prossimo, eppure mai sono stata così riconciliata con la vita mia.

Ho dovuto lottare contro le tentazioni della carne, quanta pazienza hai avuto di me Signore. Non hanno vinto, erano nani del mio intelletto venuti a mettere in subbuglio l’anima già rivolta al suo Padrone come cosa interamente Sua. Poi è giunta la tentazione contro la fede, più forte. Il prefetto mi ha interrogata a lungo, fino allo sfinimento, ero esausta nel vederlo snervato. La sentenza brutale alla fine del mancato comprendonio: devo essere eliminata. Così il Calice è colmo, e l’Angelo è qui con me mentre lo bevo.

Amato mio Gesù, un ultimo sforzo e non sono più. Mi hanno tagliato le mammelle, sono una capra senza latte.

Non ho più i vestiti, mi fanno camminare nuda per le vie cittadine, e non sono ancora sazi.

Così è arrivata la spada sul mio collo, fredda, asettica, un attimo di circostanza ed un fulmine per lui che stava a guardare. Padre e figlia, lui giù, io su beata tra nuvole, canti, inni e meraviglie. Il perdono ma anche la giustizia. Poi la memoria e tutto il male in un oblìo eterno.

“In un lago di baci,

Ti ho incontrato mio Gesù;

Li raccolgo col secchio della Tua infinita pazienza.

Mi sono dissetata del Candore di Maria,

oggi sono pronta per volare via nell’Eterno.

Non solo fuoco stavolta, ma rugiada d’Amore

nel vederVi, adorarVi, benedirVi, lodarVi, ringraziarVi

di tutto cuore”.

:: Profumi di Daniela Barone

14 dicembre 2025 by

Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente. Non c’è modo di opporvisi.’

Patrick Süskind

Il primo ricordo olfattivo è quello dei salumi e delle grosse provole di una botteghina di San Giovanni Rotondo vicino al Santuario di Padre Pio. Non avevo ancora compiuto tre anni ma l’urgenza del lungo viaggio fu dettata dalla malattia della mamma che vedeva nel frate la soluzione ai suoi problemi. In realtà le  fobie di mia madre avrebbero necessitato piuttosto di uno psichiatra ma papà aveva voluto accontentarla.  Quel viaggio si rivelò un fiasco: il fraticello con le stigmate fu duro con lei al punto di cacciarla dal confessionale, apprendendo che lei non partecipava mai alla messa domenicale per la sua salute cagionevole.

   Un altro odore vivido nella mia memoria è legato ai detersivi usati dalla mamma per pulire i pavimenti, in particolare quello penetrante dell’ammoniaca. A nulla servivano le mie rimostranze: per lei era un’azione imprescindibile usare quei detergenti che mi costringevano a trovare riparo nella mia stanzetta.

   Che dire però del profumo inebriante dei petali di rosa a maggio, quando lei comprava da una contadina quei fiori per farne uno sciroppo denso e soave? La casa era pervasa da quell’odore dolciastro ma soprattutto dalle sue chiacchiere allegre: non era facile rendere contenta la mamma, sempre assorta in chissà quali pensieri, talvolta addirittura incupita. Anche papà era coinvolto nelle operazioni di selezione dei petali e di bollitura del liquido rosa che gorgogliava nelle pentole: una vera festa per le orecchie e le narici.

   Della mia infanzia ricordo anche l’odore del sapone di Marsiglia che la bisnonna Giuditta adoperava per lavare montagne di bucato a casa nostra. Veniva da noi per dare  una mano alla mamma, perennemente e misteriosamente ammalata. Per tenermi occupata era sufficiente darmi una pezza o un fazzolettino che io insaponavo con energia nel tentativo d’imitarla, in piedi sopra uno sgabellino traballante che mi permetteva di arrivare al grande lavello di marmo.

   Il profumo che più mi ricorda mia madre  resta però quello del ragù domenicale. Ancora nel dormiveglia percepivo il buon odore del sugo che preparava diligentemente in pentole rigorosamente di terracotta. Non si staccava mai dai fornelli e disapprovava le vicine che, casalinghe come lei, si distraevano talvolta con altre faccende facendo attaccare i pezzetti di carne  al fondo delle pignatte.

   Quando ero ammalata, la mamma mi preparava un delizioso purè di patate che emanava l’odore del burro mescolato in abbondanza al composto. Ancora oggi, quando sono indisposta o malinconica, amo prepararmi questo cibo perché mi fa sentire  coccolata.

   A volte mi domando quali profumi evocherò ai miei figli e ai nipotini quando non sarò più con loro. Sicuramente  si ricorderanno del buon odore del mio pesto ma non riuscirò mai a competere con mia madre, maestra di ragù, frittelle di fiori di zucca e polpettoni.

   Pur trascurando la sua persona, forse per un voto, la mamma non sapeva però resistere alle eau de parfum: qualunque fragranza la conquistava, purché fresca e leggera; se ne metteva in gran quantità, incurante dei rimbrotti di papà. A me piaceva vederla contenta come una bambina, tanto rari erano i momenti gioiosi nella sua vita.

  Rimane poi impresso nella mia memoria l’odore penetrante del detergente che usavo per lavare Francesco, il mio primogenito. Che gioia è tuttora legata al ricordo dei primi bagnetti impacciati nel lavabo del bagno a poche settimane dalla sua nascita!

Le estati trascorse nella casa di montagna con i tre figli piccoli mi fanno tornare alla mente il profumo dell’erba appena tagliata, l’odore del letame delle mucche condotte ogni mattina al pascolo e quello dell’acqua un po’ stagnante delle vasche delle trote pescate con gran divertimento. A volte un pastore passava da casa nostra con un cestello di latte appena munto che facevo bollire per i miei bambini. Quest’odore  mi ricorda il latte che bevevo a colazione alle elementari e i dolori alla pancia che inevitabilmente mi affliggevano. Inutile far notare alla mamma che non digerivo questa bevanda: per lei era l’unico alimento che si poteva dare ad una figlia per colazione, punto e basta. 

   Nuove esperienze olfattive segnarono gli anni della maturità e il secondo matrimonio con Dave.  Lui era curiosamente uno chef, o almeno lo era stato quando viveva in Canada, e se ne faceva un gran vanto. Di lui i miei figli ricordano ogni tanto il profumo dei panzerotti domenicali ma null’altro: quasi nessun cibo potè allietare i nostri pasti, appesanti dai suoi grevi silenzi, o peggio ancora, dalle sue sfuriate.

   Dopo la morte della mamma papà venne a vivere da me. Malandato nei suoi novant’anni, invase la mia tranquilla vita di donna oramai sola con i miasmi dei suoi pannoloni. Non bastavano deodoranti, né finestre spalancate anche in pieno inverno, a dissipare quel fetore. Povero papà. Oggi in me prevale però il ricordo del profumo del suo dopobarba, quando negli suoi ultimi giorni lo radevo e cospargevo il suo viso emaciato di quella lozione odorosa e lenitiva.

   Mi piace infine ricordare l’ondata di profumi di spezie mai conosciute che mi accolse al mio arrivo in India lo scorso anno. La guida locale mi cinse di una corona aulente di fiori gialli, rossi e arancioni; percepii poi l’odore di cardamomo, cannella, vaniglia, e di chissà quali altri aromi indecifrabili. Fu un’esperienza intensa anche sentire gli effluvi vagamente sgradevoli emanati da elefanti e scimmiette onnipresenti e forse, da centinaia di indiani nel brulicare del traffico caotico di Delhi. Davanti al Taj Mahal odorai tanti fiori rigogliosi e immaginai l’imperatore Shah Jahan mentre deponeva delicati boccioli sulla tomba dell’amatissima sposa. I fiori sono soprattutto consolazione per noi viventi che amiamo portarli al cimitero dai nostri cari. Io metto spesso tulipani gialli sul loculo della  mamma, sapendo quanto amasse quel colore. Saranno gialli anche i pochi fiori che vorrò al mio funerale: gialli come la stanzetta di Van Gogh, come il mio piccolo sofà, come il sole sghembo che disegnavo nei quaderni di prima elementare.